FARE CINEMA CON I RAGAZZI DI PONTICELLI

I laboratori del cinema leggero 
Una testimonianza
di Antonella Di Nocera

Il primo laboratorio sui linguaggi del cinema, nato dentro Arci Movie è del 1995: con alcuni fondi per il recupero sociale dei minori noi facevamo film. Il laboratorio era un percorso verso obiettivi che mutano e si ridefiniscono in relazione alle persone; un luogo di esperimenti e di esperienze, di spazio e tempo contemporaneamente.

Ogni laboratorio (Movielab) produce un piccolo film, un documentario, un videoclip, una fiction, una comica. I film che nascono dentro i laboratori raccontano storie che si inventano, ma soprattutto pezzi di vita: quelli delle persone che transitano, vi permangono per mesi, diventano comunità, lasciano traccia di sé.

Credere nel talento di ciascuno è la principale linea guida. Scoprire in ogni contributo personale, anche in quello ottenuto faticosamente, la ricchezza di un’emozione, di un pensiero, di un’idea, rappresenta la forza di un progetto comune. Nessun preconcetto, mai, in un processo educativo che coinvolge i giovani. In ciò la capacità stessa del laboratorio di mantenersi tale: un luogo attivo della mente, delle braccia e dei sentimenti. Nei film prodotti nei Movielab l’occhio e la mano dei ragazzi devono passare integralmente per quel desiderio estremo di esprimere il loro mondo.

Lavorare con i ragazzi è come andare in battaglia. La sfida è sempre aperta, in ogni momento Loro vogliono cose diverse dagli educatori, dagli insegnanti, dai genitori, dal mondo che è pensato e fatto a misura degli adulti.

Gli audiovisivi, e oggi sempre più con il digitale, sono lo strumento che i ragazzi conoscono meglio. La televisione accesa prepotentemente nelle nostre case è il codice che filtra le pupille dei bimbi quando ancora non camminano, e non passa molto tempo che essi diventano esperti utenti di telecomandi e pulsanti, canali e dvd, di cartoon, soap, reality e telefilm.

Con questo “Dna modificato” i ragazzi a Ponticelli entrano nei laboratori saturi di immagini e suoni familiari e indistinti.

Appropriarsi del mezzo si tramuta nella possibilità di agire e non più di reagire passivamente al mezzo stesso. Il passo successivo è la scoperta che un film si fa insieme: è ilvero lavoro di squadra.

I bambini sono infaticabili lavoratori. Stanno sul set come delle star, capiscono i tempi del cinema come se avessero fatto questo mestiere per tutta la vita, ma in più con quella rarissima qualità che è il senso dei propri limiti.

I ragazzi di scuola media danno l’impressione di lasciarsi guidare ma sono restii a lasciarsi andare. In loro c’ è una certa insicurezza, come una voglia di stare da qualche altra parte, ma in fondo, contemporaneamente, di voler restare.

Infine ci sono i grandi. I giovani cresciuti nei laboratori. Quelli che hanno imparato a fare cinema, ma dovrebbero andare alle scuole superiori e si rifiutano. Nel loro cinema, realizzato ma anche il più delle volte non portato a termine, l’inquietudine è scoppiata. Il loro stato d’animo è una bomba a orologeria; le storie che dichiarano di voler raccontare sono più audaci della cronaca nera. Ma poi improvvisamente vogliono essere attori di se stessi in un film che li vede mansueti, passerotti in cerca di un nido.

La nostra è una ricerca che va avanti da molti anni, una ricerca continua per superare le contraddizioni di questa comunità, di questa bella e amara città. Ne fanno parte i limiti e le gratificazioni, gli entusiasmi e le delusioni, lo scoraggiamento e il coraggio di continuare. Non sempre è facile spiegare come l’esperienza dei Movielab è stata, per un periodo, l’unica risposta possibile per coniugare vita vissuta e educazione, inerzia e comunicazione, degrado e cultura in un territorio difficile come la periferia napoletana.

I soggetti e le sceneggiature sono voluti e scritti dai ragazzi. Il limite sta nel non avere il tempo e la forza per lavorarci a lungo. La limatura è un processo lento e qui non c’è il tempo di aspettare. Le produzioni, come lo stile di vita dei ragazzi, devono partire e finire, presto, anzi subito, perché i giovanissimi mordono e fuggono, sempre.

In qualche occasione la natura dei protagonisti e dell’ambiente in cui viviamo che ci condiziona, ci ha messo in discussione, rendendo il nostro percorso discontinuo. Prendere o lasciare.

E la ricerca inevitabilmente, si frammenta, va in pezzi, e con essa il cuore di alcuni di noi. Rimane il dubbio che ciò sia una nostra illusione, giacchè se al fare del laboratorio non corrisponde nel futuro un fare di vita, tutto quanto abbiamo espresso finora sia mero desiderio.

Come educatrice ed operatrice che ha dedicato la sua vita professionale ed emotiva a questa battaglia, resto ancora in attesa.